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| lunedì, marzo 16, 2009 |
quando ero piccola piangevo ogni sera.
mi inventavo scuse per piangere, e alla stessa ora incominciavo sempre.
avevo sonno.
ora ho sonno, mi invento altre scuse.
possono suonare più adulte ma quando chiudo gli occhi a volte passano.
eppure non so distinguere, non mi è mai riuscito.
da stasera a quelle sere, di quando ero piccola.
non saprei dire quando è per scusa, e quando è vero.
nessuno lo sa mai dire. ci hanno provato in tanti, ma sembra di scommettere contro il puro caso.
ora come ora riesco a fare liste.
scegli quella che preferisci, per me valgono tutte.
il sole sull'arno. la voce di una vecchia lei. il tempo che non passa, non ci credi, ma non passa.
la rabbia di poter decidere di tutti i fatti miei.
non ricordare che viso hai.
e poi il sonno.
al momento personalmente scelgo il non ricordare che viso hai.
equivale a non sapere più chi sei.
equivale a non capire più i pilastri delle certezze.
equivale a non avere niente da sperare prima di dormire.
...e ora ho molto sonno. e vorrei dormire.
solo che non ricordo che viso hai...
...at last
my love has come along...
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 16/03/2009 21:08 |
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| domenica, febbraio 01, 2009 |
distesa di luna sulla pianura bianca. diresti brillanti ma è neve. neve caduta ovunque per terra come se le tasche del cielo si fossero scucite e avessero fatto nevicare brillanti.
secondo me nelle ruote del treno c'è la dinamo. vedo lampeggiare il fanalino davanti.
per la prima volta in dieci anni, mezzanotte e mezzo è tardi. è misticamente tardi. è un'ora di demoni e meraviglie. non fiatare. non hai mai visto cosa popola il mondo a mezzanotte e mezzo. credevi di sì. invece è no.
lapidi hanno cappelli di neve. cimiteri più caldi.
qualcuno ha costruito nel nulla del versante di un monte un albero di natale. coraggioso e giallo. da lontano sembra un angelo paillettato che indica la via ai re magi.
abeti altissimi.
fiumi ghiacciati.
vorrei comprare della neve.
vallorbe
sembrano tutte favole congelate.
leday
cinquanta anni da quando l'ultima mano ha sheakerato la palla di vetro e fatto cadere la nevicata finta sul paesino di resina.
poi un'altra casa nel nulla. come insegna ha due stelle.
ho smesso di preoccuparmi di chi ha tinto l'orizzonte di rosa mentre non guardavo.
arnex
nebbia.
luci arancioni.
questa volta non importa quanto consumano. non voglio neon bianchi. voglio mille soli che cercano di convivere con la notte.
oltre l'armadio non poteva esserci un lampione al neon blu. c'era un lamp post tiepido e un fauno.
diversamente fa sempre cacare.
lossonay
carcasse di treni alla periferia di una stazione. il cimitero degli elefanti. rido in faccia al pericolo.
nella città non vuol dire più nulla se sono le una di notte. è solo un'ora come un'altra. già mangiata.
lausanne
un lago o un mare?
una cattedrale fuori misura. e fuori luogo.
evey
c'è un giapponese nella cuccetta 86 o la locomotiva ha lo strobo incorporato?
mi lascio intrappolare da immagini così veloci da eludere le domande.
le mie mani mi controllano il corpo. i miei occhi mi controllano il mondo. che sia tutto a posto. tutto in ordine nel freezer come lo avevo lasciato.
sorrido spesso. sì. alla faccia di tutti.
ho viaggiato a testa all'ingiù con sotto una luna smerigliata.
lei al contrario sorride con labbra piene. provate. è vero.
il mondo blu ci ha oscillato sotto.
io viaggio a testa in giù sul treno
potrebbero ridere. proprio a testa in giù.
con la fronte squadrata dal mondo reale oltre la finestra
con la faccia riflessata dalla neve
con gli occhi traboccanti luna
ma tutti dormono.
nessuno lo sa.
è il segreto tra me e lei.
vi è concessa l'invidia.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 01/02/2009 02:40 |
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| domenica, dicembre 07, 2008 |
e nel tramonto ti insegnano ad appoggiare cinque centesimi di dollaro sul binario di ferro.
sono tre figure più la tua, e si allontanano, ognuno sorride per i fatti suoi.
il cielo, lo pensi da un mese, è troppo grande. è troppo grande perché ci stanno tutti i tuoi occhi dentro, è troppo grande perché c'è troppa aria intorno. perché in questo modo la terra sembra piccola piccola, come dovrebbe essere.
e quando poi qualcuno indica l'orizzonte smosso da una macchia nera, inspiri a fondo l'ultimo ossigeno prima dell'apnea in cui passa il treno.
nel tramonto ti scorre davanti, ritmico, veloce.
ti spazza via i capelli chissà dove. ti rapisce gli occhi strappandoli ogni secondo verso sinistra, perché non dovrebbero cercare di inseguirlo.
e nel suo scuro scorrere rivedi tutto. rivedi l'erba verde tra le case finte del kentucky, rivedi le travi di legno laccate di blu e scrostate a baton rouge, rivedi l'enorme campo di zucche a starlight, rivedi famiglie allargate nei loro componenti e nel punto vita, rivedi i neri vendere copertoni nella periferia di new orleans, rivedi le tombe pretenziose degli eroi della patria, senti nelle orecchie le storie portate da tutti gli accenti possibili che stuprano irreparabilmente i tuoi suoni preferiti.
e rivedi ponti lunghissimi, fiumi enormi, le dolci anse del missisippi quiete solo in apparenza, le paludi così verdi da colorarti la retina. rivedi collezioni infinite di cappelli da cowboy, rivedi i sogni del new mexico, rivedi i tetti regolari e le vie perfette di birmingham, il fumo nei locali pubblici, le macchine dello sceriffo, il tuo stomaco con la parete interna rivestita di olio e burro, le negre che ballano scuotendo il culo tondo, mille città con lo stesso nome e il tuo senso di non appartenere a nessuna delle florence sparse per gli stati.
e se il treno non è ancora passato, ti puoi sentire rapire dall'immensità di las vegas. ti puoi sentire morire per non saper mangiare, in un boccone solo, il grand canyon, la death valley. ti puoi sentire schiaffeggiare dall'assenza di marciapiedi in una città così grande che vuole o schiacciarti o venderti un mini truck. ti puoi sentire spettinata da tutti i fiati di una brass band della louisiana.
ma prima o poi il treno passa, svanisce via.
il cielo torna ad essere troppo grande e potente, e ti viene in mente che la gente lì è così religiosa perché si sente ancora timorosa di alzare lo sguardo.
e quando ti mettono i tuoi cinque cents in mano, schiacciati così tanto da sembrare una lente di john lennon, sono ancora caldi dell'energia che non si è persa dalla ruota al ferro.
è questo tipo di conservazione, quella in cui speri. un'istinto tipico dell'uomo di non voler svanire nel tempo ma di lasciare una reazione nel paesaggio che ha attraversato.
che se tu non puoi portare quel mondo con te, speri che quel mondo ti porti con sé.
allora strappi qualche filo d'erba, contro ogni tuo moralismo, e baci il vento come legolas, e ti riempi di tramonto rosa, che poi non ce ne sono più.
ma se piangi è solo per malinconia, non per tristezza. per quell'ultimo ricordo che ti è salito tardi alla mente, dopo il treno, a tradimento. perché ora si intona con tutto, effettivamente.
e ci sono di nuovo i grattacieli di chicago che si specchiano sul lago michigan, il cielo blu e grigio, le lacrime che ti bagnano il naso appiccicato al finestrino ed una sola voce che ti ripete, eccitata, scodinzolante, con la tua voce:
"sono in america sono in america sono in america"
freedom is just another word for nothing left to lose.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 07/12/2008 16:04 |
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| domenica, settembre 14, 2008 |
Io invece amo molto la pioggia.
Mi piace quando tutto ad un tratto l'estate decide di abbandonare il campo e il cielo si apre lanciando tutta l'acqua conservata fino a quel momento, proprio per quel momento, giù di sotto. Proprio a secchiate, tipo quelle da lanciare agli americani quando vengono a scassarti la minchia sotto la finestra di casa. Tu poi manco stai dormendo, sarai lì che bevi, cazzeggi, però perché mai sprecare un'occasione di dimostrare inospitalità? E quindi secchiate, appunto. Ecco quando ti arriva una secchiata in testa o sei americano sotto la mia finestra o sei sotto un temporale di fine estate. In ogni caso, non essendo mai stata americana, posso solo parlare della sensazione che provo nel secondo caso.
Questi temporali sono veloci, pesanti, durano quanto una scopata e ti lasciano la stessa sensazione di beatitudine. Bagnata e contenta, per parafrasare.
E' l'autunno che ti dice aspettami, sto arrivando il dodici ottobre.
E ogni anno ho visto giorni e notti così, lucide di pioggia, profumate di strada. Ogni anno sono uguali, eppure qualcosa c'è di diverso. E dopo averci pensato un attimo, so che sono solo i miei occhi che cambiano.
Sono io che, in un costante divenire, acquisisco nuove capacità e ne perdo di vecchie. A volte non me ne accorgo nemmeno, altre, come in questo caso, mi lasciano senza parole. Senza parole perché oggi so di non sapere più scrivere.
I segreti che custodisco ora sono inabissati in me, chiusi dentro tessuti del corpo troppo feriti per non essere serrati. Crescendo inconsciamente forse si fa una distinzione tra le cose che si possono dire e quello che non si possono dire, e quel subbuglio di mezze frasi che era prima la mia omertà, il mio nemico e la mia consolazione, non ha più una funzione. C'è solo banalità o silenzio.
Fino alla prossima crescita sceglierò ragionevolmente il silenzio.
E poi il dodici ottobre arriva.
L'autunno mi risveglia sempre da ogni letargo.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 14/09/2008 09:59 |
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| giovedì, settembre 04, 2008 |
facile e difficile sono concetti così relativi.
è stato tutto troppo facile. è stato tutto incredibilmente difficile.
dico di odiare l'indifferenza, e poi sono così veloce a farla mia, a non avere altro addosso che quella.
è sempre la stessa storia. la cosa che fa più male, la cosa più difficile da accettare, e lasciare che il cuore smetta di battere. è prendere il polipo congelato e dire, guardando lui nei larghi occhi chiari, < sono un essere di luce. >
è prendere la canna da pesca e aspettare che abbocchi una trota salmonata, guardare il suo sorriso da lupo e dire < sono un essere di luce. >
è scendere le scale lentamente, una per una, fino al reparto scarpe. attraversare tutto a mento basso fino a vedere la sedia e la scrivania, qualcuno che ti aspetta. alzare gli occhi e guardare i suoi, nemici, e pensare < sono un essere di luce. >
è lasciarsi inondare dalla luce bianca postmortem dell'areoporto dopo aver guardato i suoi occhi colore del cielo. fermarsi due secondi, deglutire te stessa intera e posare sulle labbra serrate dai denti la frase < sono un essere di luce. >
è quando lo stomaco cerca di scappare e rifarsi una vita altrove. è quando dio quanto sarebbe bello piangere ancora, ancora una volta, ancora senza riuscirti a fermare fino a quando non ti addormenti, ancora fino ad annullarsi. e non farlo.
e decidere che è abbastanza.
< sono un essere di luce. > e il gioco è finito.
tutto troppo facile quando una volta era incredibilmente difficile.
e mi dispiace lasciare sminuire dalla mia forza tutto il dolore che sei stato. ho ancora dietro gli occhi, te lo giuro, la stessa tristezza. la conservo per cercare di ricordare, almeno in parte, quanto ti ho desiderato. ho il cuore calmo come un pendolo, conta il tempo, aspetta.
e ora finalmente sola torno ad abitare la notte con sotto il braccio il vangelo sencondo ace ventura.
non cercatemi, non ci sono.
sto così bene, quando non ci sono.
suggerimenti per il fade to black: kevin welch _ something about you
[ la cosa più meschina è stata non usare le adeguate segnalazioni per i punti di non ritorno.
ma tu eri il mio eroe. tu forse puoi ancora tutto.
una delorian. ottantotto miglia orarie. e di nuovo indietro nel tempo. ]
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 04/09/2008 00:32 |
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| martedì, agosto 12, 2008 |
E' difficile tornare a comunicare quando è da tempo che preferisci serbare quei tesori chiamati idee tutti per te. E non saprei dire se ho sviluppato un istinto improvviso di condivisione o se è solo il senso di perdita che mi guida, ma credo che per riprendere a guidare si debba prima accendere il motore, per quanto complicato sia trovare la chiave giusta in quel mazzo così grosso e pesante che sono i propri metodi analitici. Poi forse si parte.
Confido nell'idea di qualche sorriso delle presenze tanto vicine quanto lontane, felici di sapere che sono più che viva, più che attiva, solo più silenziosa. Sempre più silenziosa. Ed è per loro che ci sto provando.
Ho passato un pomeriggio nella politica del mio paese. Ci sono ancora cose che mi lasciano a bocca aperta, ci sono ancora cose che mi chiedo come si possano cominciare ad affrontare, ci sono ancora assenteisti e qualunquisti, persone con pensieri labili o artefatti, ci sono ancora turbini e mulinelli incostanti di opinioni che confondono la mia, ci sono ancora verità lontanissime dall'essere assolute. Io che mi sento salva leggendo un libro solo perché mi sembra di aver scoperto chissà che tesoro segreto, salvato dalle potenze mediatiche e dalle cesoie censuratrici, scrollo la testa e riprendendo la mia cara sfiducia non appena osservo le cifre, i dati, le statistiche. La salvezza dei numeri è l'unica vaga, per quanto dubitabile, certezza che possiamo avere, a volte, quando ci perdiamo a fantasticare su come vadano davvero le cose all'interno delle tremule gelatine che strutturano l'informazione italiana.
E tra tutti questi volti, questi personaggi di cui non riesco a ricordare mai i nomi, tutti questi che fino a poco tempo fa, intrappolati tra i miei occhi e le pagine di un giornale, non erano che adulti tristi e seri, ci sono loro: gli eroi.
Gli eroi che arrivano con la verità in bocca e te la leccano sulla faccia. Gli eroi che ascolti e leggi tutto un giorno per poi ricordarti, porca puttana, che sono morti un paio di mesi fa. Gli eroi che finché parlano ti senti quasi al sicuro, pensi che tutti dopo che hanno ascoltato si saranno illuminati, pensi che una piazza, un salotto di casa con la televisione accesa, possano contenere un popolo.
E poi pensi che siamo così tanto nella merda ad affidarci ad una sola voce che, oggettivamente, non riuscirà mai a dire tutto. Perché ogni uomo ha dentro una serie infinita di ragioni e di torti. Perché nessuno ha abbastanza fiato, in questa vita vera, da urlare alla gente di svegliarsi. Di convincersi. Di formarsi. Di interessarsi. Di lottare.
Allora vi chiedo di perdonare la sconclusionatezza. Vi chiedo di perdonare l'abbandono che sembra che stia operando quando a qualche domanda non sorrido nemmeno,
guardo l'orsa maggiore,
penso a Kenshiro.
E' solo una questione di tempo, il mio archivio si va formando, la mia mente si allunga in direzioni nuove o rinnovate da vecchie che erano.
Per quanto l'ammirazione sia comoda, piacevole, rassicurante, non possiamo fidarci e confidare in quegli eroi distanti che non sono che esseri umani. Possiamo solo seguire le loro strade per guardare i loro paesaggi fino a raggiungere un posto chiamato nostro.
E da questa precarietà dei modelli che nasce non uno sconforto, ma una speranza:
se non posso avere Kenshiro che mi salva, io sarò Kenshiro.
E poi di frasi altisonanti per concludere questo ragionamento ne esistono già tante.
Vi lascio solo con i miei due cents.
only morons and genius
would fight a losing battle
agaist the super ego.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 12/08/2008 01:28 |
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| domenica, dicembre 09, 2007 |
sono passate molte notti.
non saprei nemmeno dare ad ognuna di loro un numero, ma certo saprei dare loro un nome.
dopo la mia riappacificazione con il tempo, ho cominciato ad lavorare lo spazio.
e casa mia, immensa, dalle mura abbattute, ha finalmente guadagnato uno spessore sostanzioso e tuttavia segreto.
sono stata sola in mezzo al silenzio umido, con vastità attorno grandi come l'universo di una formica e ho pensato che ero al sicuro. Potevo cantare per ogni mattonella lucida a voce alta e nessuno si sarebbe lamentato.
Ho fatto conoscenza con la luce aranciata che diventa reale solo qui, dove vivo io, e ho abituato gli occhi ad amarla e riconoscerla tra mille.
Non mi ero mai sentita così al sicuro, regina del mio guscio di noce anche se chiusa nell'infinito.
Queste strade, questi segmenti irregolari che sfregiano la perfezione del quadrato. Queste case secche e torte che non si arrendono mai al tempo che passa. Queste ampie boccate di storia antica che ti sporcano gli occhi di panna e melassa solo a pensarci. Ora tutto questo non solo mi appartiene di più, sotto contratto migliore, ma mi ha accettata come amica sussurrando ogni notte che non fa mai abbastanza freddo per non uscire e abbracciarlo.
Ed è un richiamo così naturale ed animalesco che stenti a credere venga da cose senza anima. Devono essere per forza fantasmi, eccome, fantasmi e spiriti di persone che hanno messo la stessa passione nel vagare come nuvole nebbiose negli intestini più caldi e privati della mia città. E' un richiamo a cui non so dire di no.
E niente lo ferma. Il caldo lo dilata e la pioggia lo fa brillare. Il freddo lo rende lucido e pungente e la condensa lo copre di rugiada, lasciandoti sempre con una sete inestinguibile.
Al di là dei visi, delle commedie a cui ho assistito e partecipato. Al di là dei vizi che tentano leccandola ogni mia nuova scoperta. Al di là delle cose che credevo di conoscere e non mi stanco mai di scoprire nuove, c'è un trionfo opulento di marmo e pietra nobile che con la sua voce di bronzo ha per sempre deflorato ogni mia passione, rendendomi inebriata e succube di questo odore, di questo cielo ghiacciato.
La notte e la città coalizzate in un freddo avvinghiare.
Una zampa di gatto che non ritrae le unghie posandosi sul cuore innamorato, ma lo penetra lentamente lasciando rivoli di malinconia rossa dopo aver accarezzato.
Questa è casa mia. Qui è dove vivo.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 09/12/2007 00:20 |
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| sabato, settembre 22, 2007 |
e così hai deciso di cambiare.
mi ricordo sveglia alla stessa ora, con gli stessi odori addosso. lo sguardo c'era, e anche le mani pressappoco. avevo voglie diverse che conducevano ad identici progetti.
non sentivo il tempo però. solo una corrente fastidiosa che cercava di alzare polvere. un'imprevisto nella mia indecisione.
ora il tempo mi fa compagnia. è diventato un compagno sorprendentemente amico nelle situazioni sbagliate. cambia le persone e le montagne, appassisce i fiori e fa scendere la nebbia nella campagna inglese.
è lì che devo andare. ad incontrare il tempo.
vorrei, come un cavaliere, arrivare in un ritmo di foglie secche diviso nei quattro quarti degli zoccoli. fermarmi poi, con sguardo da cowboy, e fronteggiare il bianco artificiale creato intorno a me.
gli alberi radi sarebbero le colonne di un tempio, e il mio fiato condensato il fumo dell'incenso sacro.
vorrei guardare con occhi da texano di ghiaccio il suo regno opaco e ovattato.
accenderei forse una sigaretta, per dare più effetto. le mani in tasca a non curarsi di produrre o dare spessore alla mia espressione. sarebbe un lungo guardarsi negli occhi, tra gli spruzzi di neve e le macchie marroni. tra un pugno di colore del giubbotto all'immenso muro di latte vaporoso che cerca di annientarlo.
e affronterei il tempo, gli direi. gli direi niente. non ho niente da dire. gli farei capire con uno sguardo che non ho paura. che l'ho addomesticato e mi sono lasciata addomesticare.
che mi arrendo a quello che sono, così come mi ha fatta la natura.
che il mondo alla fine ci gira intorno, e io con lui voglio ballare, volteggiare.
danzare il valzer, la mazurca, la quadriglia di tutti i popoli, e conservare sempre le ultime note per lui. annuire con il vago sorriso di chi si è arreso. di chi ruoterà piano piano alzandosi e abbassandosi come le trottole a stantuffo, che mi piacevano tanto fa.
capirebbe che mi sto concedendo senza essere puttana. che per amore materno il mio viso sarà suo.
respirerei poi la sua risposta assente. gli eterni ascoltano ma non parlano.
nell'andare via, abbasserei lo sguardo solo un attimo. come per prendere fiato e mostrarmi tuttavia vulnerabile.
poi batterei il cavallo, e dalla parte opposta, me ne andrei al passo.
gli occhi gelati come gli alberi tornerebbero ad abitare il texas.
il mio corpo consapevole tornerebbe ad abitare la costa.
to the sea. to the sea.
dopo il gatto e le quattro mura, ecco il mio sogno sul blocchetto.
in questi casi, per marcare le cose fatte, utilizzate sempre la V di spunta, e mai il frego sulla parola.
ed è bello pensare che l'inghilterra non sia un complotto dei cartografi.
to the sea, to the sea,
gulls white are crying.
the wind is blowing
and the foam white is flying.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 22/09/2007 05:07 |
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| mercoledì, settembre 05, 2007 |
e ora non riesco a dire altro.
spero di perdonarmi.
la pochezza mi ha relegato in un mondo affollatissimo.
è il mondo in cui catalogo ogni poltrona virtuale con il suo colore per non sbagliare neanche un dettaglio di quela disposizione precisa che ho architettato.
un mondo dove ogni cosa che brucia crea vita ineguagliabile e attira su di sé sguardi persi.
un mondo dove io osservo la mia casa da lontano, non vedendo niente ma sapendo trovare me stessa nell'aria che respiro così poco di frequente.
una vita nella quale è facile correre e scappare tra le felci e gli abeti primordiali. dove i miei occhi sono ancora degli alberi e sono saggi quando ne conti gli anni nei cerchi.
e non ingenui. mai ingenui.
eppure non riesco ad esplorare tutte le strade come prima.
ne annuso il bivio e il tracciato, e mi fermo sempre per correre a diritto. perché per una volta, devo.
pagherò anche questa deviazione. duramente, sulla mia pelle.
sembra finito il tempo dei sogni, il tempo delle torri di avorio, dei capelli di ebano e delle luci di chaplin.
sembra tutto finito, o perlomeno ristretto ai minimi termini.
e mi chiedo se sia lo stesso per tutti. se tutti prima o poi debbano cedere e piegarsi come io credevo che non avrei mai fatto.
riparto da capo, lasciando perdere le storie degli impiegati, dei vagabondi che cantano, dei martiri vestiti di bianco.
nel mio salire verso l'alto mi sono ristretta. assottigliata.
riparto da capo senza sapere niente, e sapendo che non so niente.
ingenua e sorpresa di esserlo.
femmina e poco altro.
meravigliata da non sapermi dare consigli.
troppo alle corde per rendermi pienamente conto di cosa potrebbe significare.
schiava delle lancette e puttana di un solo uomo che mi paga ma non mi guarda.
totalemente fuori da ossigeno ed idrogeno.
ingenua e così ingenua da non sentirmi tale.
ho viaggiato lontano e ho bruciato tutti i ponti
ho creduto che non appena avrei toccato la terra
tutte le opzioni che avevo tralasciato dietro di me
sarebbero appassite nella luce del mio piano.
ho nostalgia di casa
perchè non so più
dove sia la casa.
così ingenua da pensare che tornerò a correre tra le felci e gli abeti primordiali.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 05/09/2007 04:47 |
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| sabato, agosto 04, 2007 |
apre la gola, vedi i colori? il movimento lento e rallentato delle labbra che si schiudono e quindi si tirano in un ovale rigido. mostrano la lingua sottomessa al flusso di fiato.
un canto fucsia scuro sale verso il cielo blu di una stanza chiusa. forse è un urlo, lo direi dal viso deformato nei tratti anni ottanta. i capelli non si capiscono. potresti dire qualsiasi cosa di loro, non ci interessano al momento. un giorno qualcuno mi metterà in una tavola. solo allora dovrò preoccuparmi dei capelli.
i pugni tesi indicano uno sforzo nello stringere aria, ma sebbene le sopracciglia siano crucciate non c'è segno di dolore. dagli occhi escono gocce che io direi saliva, ma forse è solo colpa del sottopagato disegnatore nella mia mente.
è un urlo di pace. un canto solido di liberazione.
si inseguono tutti, qui.
stanno appaltando la realtà per far loro spazio.
muse a non finire mi portano sempre, sempre, sempre indietro. e resto nella battigia del sonno, del sogno e magari del pensiero razionale.
ho smesso di provarci forse.
ho visto molti sogni. vividamente tanto da non sapere aprire gli occhi la mattina. la testa ingombrata dai camion rimbomba di eco innaturali, amplificate.
voi mi state chiamando. siete voi che mi chiedete di farlo. questa è la conclusione.
tutto ribolle nella pozza amniotica, è rosa e ritmata, cadenzata secondo necessità a cui non so rispondere. mi portano a tirare verso l'alto il centro del mio petto. inarcando la schiena fino a saldare tra di loro tutte le vertebre, per cercare dio direttamente con i polmoni.
e ancora siete voi. uomini e donne blu, neri, azzurri. chiodi vitali con occhi rivolti altrove.
le mie mani sono grandi e secche, rastrelli per il mondo che non riescono ad afferrare tutto quello che scorre loro sotto, attraverso.
e la mia sicurezza sta qua.
quel mondo affollato non riesce a rapirmi, perché ogni volta che mi ci portate, qualcuno di nuovo mi chiama fuori solo per prendermi la mano e rispingermi dentro.
in questa testa che mai avrei detto creativa, ma che è una esistenza intera che sintetizza voi e trabocca me, camuffata in nuovo stupore.
e ogni volta che vedete le mie finestre nuove, aperte o chiuse
ogni volta che sorridete o sgranate gli occhi
imparate a guardare meglio:
è tutta roba vostra.
non vi dirò grazie, ma questo è il mio consiglio:
cominciate a meravigliarvi dell'esistenza di voi stessi.
io resto una macchina in rodaggio, che prende materia e soffia vita.
ed è questo che voglio fare.
dedicato a max, gabriel, marco e due volte marco, gianluca, ire, mari, vale una volta per due, syl, ambra, ed II, ange, vin, trj, fede, fra e due volte fra, neil, will.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 04/08/2007 21:50 |
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