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| martedì, agosto 12, 2008 |
E' difficile tornare a comunicare quando è da tempo che preferisci serbare quei tesori chiamati idee tutti per te. E non saprei dire se ho sviluppato un istinto improvviso di condivisione o se è solo il senso di perdita che mi guida, ma credo che per riprendere a guidare si debba prima accendere il motore, per quanto complicato sia trovare la chiave giusta in quel mazzo così grosso e pesante che sono i propri metodi analitici. Poi forse si parte.
Confido nell'idea di qualche sorriso delle presenze tanto vicine quanto lontane, felici di sapere che sono più che viva, più che attiva, solo più silenziosa. Sempre più silenziosa. Ed è per loro che ci sto provando.
Ho passato un pomeriggio nella politica del mio paese. Ci sono ancora cose che mi lasciano a bocca aperta, ci sono ancora cose che mi chiedo come si possano cominciare ad affrontare, ci sono ancora assenteisti e qualunquisti, persone con pensieri labili o artefatti, ci sono ancora turbini e mulinelli incostanti di opinioni che confondono la mia, ci sono ancora verità lontanissime dall'essere assolute. Io che mi sento salva leggendo un libro solo perché mi sembra di aver scoperto chissà che tesoro segreto, salvato dalle potenze mediatiche e dalle cesoie censuratrici, scrollo la testa e riprendendo la mia cara sfiducia non appena osservo le cifre, i dati, le statistiche. La salvezza dei numeri è l'unica vaga, per quanto dubitabile, certezza che possiamo avere, a volte, quando ci perdiamo a fantasticare su come vadano davvero le cose all'interno delle tremule gelatine che strutturano l'informazione italiana.
E tra tutti questi volti, questi personaggi di cui non riesco a ricordare mai i nomi, tutti questi che fino a poco tempo fa, intrappolati tra i miei occhi e le pagine di un giornale, non erano che adulti tristi e seri, ci sono loro: gli eroi.
Gli eroi che arrivano con la verità in bocca e te la leccano sulla faccia. Gli eroi che ascolti e leggi tutto un giorno per poi ricordarti, porca puttana, che sono morti un paio di mesi fa. Gli eroi che finché parlano ti senti quasi al sicuro, pensi che tutti dopo che hanno ascoltato si saranno illuminati, pensi che una piazza, un salotto di casa con la televisione accesa, possano contenere un popolo.
E poi pensi che siamo così tanto nella merda ad affidarci ad una sola voce che, oggettivamente, non riuscirà mai a dire tutto. Perché ogni uomo ha dentro una serie infinita di ragioni e di torti. Perché nessuno ha abbastanza fiato, in questa vita vera, da urlare alla gente di svegliarsi. Di convincersi. Di formarsi. Di interessarsi. Di lottare.
Allora vi chiedo di perdonare la sconclusionatezza. Vi chiedo di perdonare l'abbandono che sembra che stia operando quando a qualche domanda non sorrido nemmeno,
guardo l'orsa maggiore,
penso a Kenshiro.
E' solo una questione di tempo, il mio archivio si va formando, la mia mente si allunga in direzioni nuove o rinnovate da vecchie che erano.
Per quanto l'ammirazione sia comoda, piacevole, rassicurante, non possiamo fidarci e confidare in quegli eroi distanti che non sono che esseri umani. Possiamo solo seguire le loro strade per guardare i loro paesaggi fino a raggiungere un posto chiamato nostro.
E da questa precarietà dei modelli che nasce non uno sconforto, ma una speranza:
se non posso avere Kenshiro che mi salva, io sarò Kenshiro.
E poi di frasi altisonanti per concludere questo ragionamento ne esistono già tante.
Vi lascio solo con i miei due cents.
only morons and genius
would fight a losing battle
agaist the super ego.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 12/08/2008 01:28 |
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| domenica, dicembre 09, 2007 |
sono passate molte notti.
non saprei nemmeno dare ad ognuna di loro un numero, ma certo saprei dare loro un nome.
dopo la mia riappacificazione con il tempo, ho cominciato ad lavorare lo spazio.
e casa mia, immensa, dalle mura abbattute, ha finalmente guadagnato uno spessore sostanzioso e tuttavia segreto.
sono stata sola in mezzo al silenzio umido, con vastità attorno grandi come l'universo di una formica e ho pensato che ero al sicuro. Potevo cantare per ogni mattonella lucida a voce alta e nessuno si sarebbe lamentato.
Ho fatto conoscenza con la luce aranciata che diventa reale solo qui, dove vivo io, e ho abituato gli occhi ad amarla e riconoscerla tra mille.
Non mi ero mai sentita così al sicuro, regina del mio guscio di noce anche se chiusa nell'infinito.
Queste strade, questi segmenti irregolari che sfregiano la perfezione del quadrato. Queste case secche e torte che non si arrendono mai al tempo che passa. Queste ampie boccate di storia antica che ti sporcano gli occhi di panna e melassa solo a pensarci. Ora tutto questo non solo mi appartiene di più, sotto contratto migliore, ma mi ha accettata come amica sussurrando ogni notte che non fa mai abbastanza freddo per non uscire e abbracciarlo.
Ed è un richiamo così naturale ed animalesco che stenti a credere venga da cose senza anima. Devono essere per forza fantasmi, eccome, fantasmi e spiriti di persone che hanno messo la stessa passione nel vagare come nuvole nebbiose negli intestini più caldi e privati della mia città. E' un richiamo a cui non so dire di no.
E niente lo ferma. Il caldo lo dilata e la pioggia lo fa brillare. Il freddo lo rende lucido e pungente e la condensa lo copre di rugiada, lasciandoti sempre con una sete inestinguibile.
Al di là dei visi, delle commedie a cui ho assistito e partecipato. Al di là dei vizi che tentano leccandola ogni mia nuova scoperta. Al di là delle cose che credevo di conoscere e non mi stanco mai di scoprire nuove, c'è un trionfo opulento di marmo e pietra nobile che con la sua voce di bronzo ha per sempre deflorato ogni mia passione, rendendomi inebriata e succube di questo odore, di questo cielo ghiacciato.
La notte e la città coalizzate in un freddo avvinghiare.
Una zampa di gatto che non ritrae le unghie posandosi sul cuore innamorato, ma lo penetra lentamente lasciando rivoli di malinconia rossa dopo aver accarezzato.
Questa è casa mia. Qui è dove vivo.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 09/12/2007 00:20 |
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| sabato, settembre 22, 2007 |
e così hai deciso di cambiare.
mi ricordo sveglia alla stessa ora, con gli stessi odori addosso. lo sguardo c'era, e anche le mani pressappoco. avevo voglie diverse che conducevano ad identici progetti.
non sentivo il tempo però. solo una corrente fastidiosa che cercava di alzare polvere. un'imprevisto nella mia indecisione.
ora il tempo mi fa compagnia. è diventato un compagno sorprendentemente amico nelle situazioni sbagliate. cambia le persone e le montagne, appassisce i fiori e fa scendere la nebbia nella campagna inglese.
è lì che devo andare. ad incontrare il tempo.
vorrei, come un cavaliere, arrivare in un ritmo di foglie secche diviso nei quattro quarti degli zoccoli. fermarmi poi, con sguardo da cowboy, e fronteggiare il bianco artificiale creato intorno a me.
gli alberi radi sarebbero le colonne di un tempio, e il mio fiato condensato il fumo dell'incenso sacro.
vorrei guardare con occhi da texano di ghiaccio il suo regno opaco e ovattato.
accenderei forse una sigaretta, per dare più effetto. le mani in tasca a non curarsi di produrre o dare spessore alla mia espressione. sarebbe un lungo guardarsi negli occhi, tra gli spruzzi di neve e le macchie marroni. tra un pugno di colore del giubbotto all'immenso muro di latte vaporoso che cerca di annientarlo.
e affronterei il tempo, gli direi. gli direi niente. non ho niente da dire. gli farei capire con uno sguardo che non ho paura. che l'ho addomesticato e mi sono lasciata addomesticare.
che mi arrendo a quello che sono, così come mi ha fatta la natura.
che il mondo alla fine ci gira intorno, e io con lui voglio ballare, volteggiare.
danzare il valzer, la mazurca, la quadriglia di tutti i popoli, e conservare sempre le ultime note per lui. annuire con il vago sorriso di chi si è arreso. di chi ruoterà piano piano alzandosi e abbassandosi come le trottole a stantuffo, che mi piacevano tanto fa.
capirebbe che mi sto concedendo senza essere puttana. che per amore materno il mio viso sarà suo.
respirerei poi la sua risposta assente. gli eterni ascoltano ma non parlano.
nell'andare via, abbasserei lo sguardo solo un attimo. come per prendere fiato e mostrarmi tuttavia vulnerabile.
poi batterei il cavallo, e dalla parte opposta, me ne andrei al passo.
gli occhi gelati come gli alberi tornerebbero ad abitare il texas.
il mio corpo consapevole tornerebbe ad abitare la costa.
to the sea. to the sea.
dopo il gatto e le quattro mura, ecco il mio sogno sul blocchetto.
in questi casi, per marcare le cose fatte, utilizzate sempre la V di spunta, e mai il frego sulla parola.
ed è bello pensare che l'inghilterra non sia un complotto dei cartografi.
to the sea, to the sea,
gulls white are crying.
the wind is blowing
and the foam white is flying.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 22/09/2007 05:07 |
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| mercoledì, settembre 05, 2007 |
e ora non riesco a dire altro.
spero di perdonarmi.
la pochezza mi ha relegato in un mondo affollatissimo.
è il mondo in cui catalogo ogni poltrona virtuale con il suo colore per non sbagliare neanche un dettaglio di quela disposizione precisa che ho architettato.
un mondo dove ogni cosa che brucia crea vita ineguagliabile e attira su di sé sguardi persi.
un mondo dove io osservo la mia casa da lontano, non vedendo niente ma sapendo trovare me stessa nell'aria che respiro così poco di frequente.
una vita nella quale è facile correre e scappare tra le felci e gli abeti primordiali. dove i miei occhi sono ancora degli alberi e sono saggi quando ne conti gli anni nei cerchi.
e non ingenui. mai ingenui.
eppure non riesco ad esplorare tutte le strade come prima.
ne annuso il bivio e il tracciato, e mi fermo sempre per correre a diritto. perché per una volta, devo.
pagherò anche questa deviazione. duramente, sulla mia pelle.
sembra finito il tempo dei sogni, il tempo delle torri di avorio, dei capelli di ebano e delle luci di chaplin.
sembra tutto finito, o perlomeno ristretto ai minimi termini.
e mi chiedo se sia lo stesso per tutti. se tutti prima o poi debbano cedere e piegarsi come io credevo che non avrei mai fatto.
riparto da capo, lasciando perdere le storie degli impiegati, dei vagabondi che cantano, dei martiri vestiti di bianco.
nel mio salire verso l'alto mi sono ristretta. assottigliata.
riparto da capo senza sapere niente, e sapendo che non so niente.
ingenua e sorpresa di esserlo.
femmina e poco altro.
meravigliata da non sapermi dare consigli.
troppo alle corde per rendermi pienamente conto di cosa potrebbe significare.
schiava delle lancette e puttana di un solo uomo che mi paga ma non mi guarda.
totalemente fuori da ossigeno ed idrogeno.
ingenua e così ingenua da non sentirmi tale.
ho viaggiato lontano e ho bruciato tutti i ponti
ho creduto che non appena avrei toccato la terra
tutte le opzioni che avevo tralasciato dietro di me
sarebbero appassite nella luce del mio piano.
ho nostalgia di casa
perchè non so più
dove sia la casa.
così ingenua da pensare che tornerò a correre tra le felci e gli abeti primordiali.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 05/09/2007 04:47 |
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| sabato, agosto 04, 2007 |
apre la gola, vedi i colori? il movimento lento e rallentato delle labbra che si schiudono e quindi si tirano in un ovale rigido. mostrano la lingua sottomessa al flusso di fiato.
un canto fucsia scuro sale verso il cielo blu di una stanza chiusa. forse è un urlo, lo direi dal viso deformato nei tratti anni ottanta. i capelli non si capiscono. potresti dire qualsiasi cosa di loro, non ci interessano al momento. un giorno qualcuno mi metterà in una tavola. solo allora dovrò preoccuparmi dei capelli.
i pugni tesi indicano uno sforzo nello stringere aria, ma sebbene le sopracciglia siano crucciate non c'è segno di dolore. dagli occhi escono gocce che io direi saliva, ma forse è solo colpa del sottopagato disegnatore nella mia mente.
è un urlo di pace. un canto solido di liberazione.
si inseguono tutti, qui.
stanno appaltando la realtà per far loro spazio.
muse a non finire mi portano sempre, sempre, sempre indietro. e resto nella battigia del sonno, del sogno e magari del pensiero razionale.
ho smesso di provarci forse.
ho visto molti sogni. vividamente tanto da non sapere aprire gli occhi la mattina. la testa ingombrata dai camion rimbomba di eco innaturali, amplificate.
voi mi state chiamando. siete voi che mi chiedete di farlo. questa è la conclusione.
tutto ribolle nella pozza amniotica, è rosa e ritmata, cadenzata secondo necessità a cui non so rispondere. mi portano a tirare verso l'alto il centro del mio petto. inarcando la schiena fino a saldare tra di loro tutte le vertebre, per cercare dio direttamente con i polmoni.
e ancora siete voi. uomini e donne blu, neri, azzurri. chiodi vitali con occhi rivolti altrove.
le mie mani sono grandi e secche, rastrelli per il mondo che non riescono ad afferrare tutto quello che scorre loro sotto, attraverso.
e la mia sicurezza sta qua.
quel mondo affollato non riesce a rapirmi, perché ogni volta che mi ci portate, qualcuno di nuovo mi chiama fuori solo per prendermi la mano e rispingermi dentro.
in questa testa che mai avrei detto creativa, ma che è una esistenza intera che sintetizza voi e trabocca me, camuffata in nuovo stupore.
e ogni volta che vedete le mie finestre nuove, aperte o chiuse
ogni volta che sorridete o sgranate gli occhi
imparate a guardare meglio:
è tutta roba vostra.
non vi dirò grazie, ma questo è il mio consiglio:
cominciate a meravigliarvi dell'esistenza di voi stessi.
io resto una macchina in rodaggio, che prende materia e soffia vita.
ed è questo che voglio fare.
dedicato a max, gabriel, marco e due volte marco, gianluca, ire, mari, vale una volta per due, syl, ambra, ed II, ange, vin, trj, fede, fra e due volte fra, neil, will.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 04/08/2007 21:50 |
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| martedì, luglio 10, 2007 |
odore di pesca. dove mi porta?
come faccio a sbloccare ogni lucchetto con il suono e a chiudere ogni cassetto con l'indifferenza?
e l'odore di pesca. l'odore di pesca mi porta in un posto che io ho cancellato.
e ora vago qua dentro senza capire dove sono, senza vedere i mostri che ho nascosto con cura in un giro di chiave.
ora vorrei scrivere di cose piccole.
di mani, di occhi, di sigarette.
di abbracci, di unghie.
di erba.
di gioco, di torte.
di voci.
di parole.
di dialetti.
vorrei scrivere di quell'unica tra tante. frase che mi porto dietro in un mondo che vivo tra le dita, sui tasti, nella mente.
di come mi sia rimasta attaccata, come la favola del corvo, e martelli gli occhi che la leggono con ansia di essere capita. di essere impressa per sempre.
e lo è. da sempre.
seppure ho piegato in sacchi invernali la voce che la cantava, allo scendere della prima neve.
vorrei parlare ancora dello stesso treno del cazzo.
delle stesse cazzo di cose.
delle stesse maledette stronzate importanti che mi svegliano per un attimo da tutto questo sigillare ed incartare.
vorrei scrivere. saprei farlo bene.
ma non ne ho voglia.
preferisco guardare lune blu rabbrividendo mentre sotto i denti tengo il cuore di un'aragosta viva. non andare mai a capo e disintossicarmi strizzando le mie braccia. sbattere tavole della legge sul cesso e contare i pezzi in cui si rompono. usare la parola selvaggio più volte che posso. sputare per terra e schiaffeggiare visi distanti. chiudere gli occhi e mandare a cagare la mia migliore vita appiattita contro il muro di quella villa, mentre penso alla potenza che avrebbero le mani, gli occhi, le unghie, le sigarette, gli sguardi, l'erba, le urla.
le voci.
le parole.
i dialetti.
se solo fossero descritti da me.
ma non ne ho voglia.
e sniffo pesche serrate in qualche stanza buia del mio vaffanculo.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 10/07/2007 04:20 |
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| martedì, giugno 12, 2007 |
so che mi sarei dovuta voltare sulla via che ho percorso. mi sarei dovuta voltare e lasciare che l'oltreoceano vedesse il mio mare interiore.
invece ho sceso le scale. mi sono fermata.
un respiro.
mi sono fermata.
la lingua preme dietro agli incisivi, come cercasse di liberarsi dal nodo che la stringe, dalle labbra alla gola. e la possiede bagnata e inquieta come un goffo ballerino sul ritmo del cuore.
ogni respiro trova la via serrata dal naso al diaframma. ogni passaggio costa una lacrima e ogni ritorno un ansimo dolciastro.
e con i denti ho stretto il lembo di questo mondo, in modo che non cadesse per terra. con i denti ho bloccato i suoni, il sangue, l'acqua. il cuore che cercava di uscire.
così sono uscita, azzurra e confusa nell'alba incerta.
nella cassa toracica ancora rimbombava un suono immaginario. mille motori che si accendono, che scaldano il cielo e che vincono le resistenze. un mormorio. le fusa di un gatto gigante.
quel suono vibrava nelle mie mani, facendole tremare.
avrei voluto potermi girare. correre. indietro.
invece nella mia prigione di avorio liscio ho seguito una sola linea di logica, ho sbattuto con dolcezza una porta, e sono andata via.
ho paura di quello che ho fatto.
ho paura di aver preso come gli zingari il pollo al supermarket, e averlo messo a putrefarre tra le ciabatte per fighette estive.
o usi o conservi. nascondere non serve.
avrei difeso il nuovo assalto della marea al mio castello di polvere e sabbia.
ma ho imparato che le fondamenta sono le prime a venire ingoiate, e mi ritroverei solo con i merli fatti pappa tra le dita, umidi e distrutti, spiaccicati nella stretta coraggiosa che cercava di proteggerli, di portarseli al petto, quasi potesse far finta che siano fatti di realtà, non di roccia tritata.
ed ora il terreno è dissestato, né piatto né ornato.
osservo il mare. oceanomare. lontano.
che sia verde, grigio, o azzurro.
aspetterò che i respiri scendano da soli, lenti e viscosi come un miele amaro, e si riassorbano nella coscienza.
di tutto quello che ho imparato, ne riempio quaderni chiusa tra i denti.
chi mi ama ancora mi legga negli occhi gli anni di questo albero, e lasci che siano minuti di silenzio che mi concede a fissare il mondo come piace a me.
la luce mi ha curato colandomi tra gli occhi fino allo stomaco.
le dita hanno toccato i tasti bemolli della schiena, delle braccia.
sporca di malinconia.
manca l'ultimo passo. la doccia interiore che aspetto di fare quando i miei vasi sanguigni cominceranno a traboccare.
sono pietra e vento. mi modello da sola.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 12/06/2007 22:18 |
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| martedì, maggio 15, 2007 |
allāhu akbar!
lui echeggia dappertutto come le preghiere orientali
ruota intorno a questi mondi come i ballerini delle danze sufi
la sua larga gonna bianca è cielo e terra
ruota del fato e volta stellata.
visita i sogni e gli occhi disillusi, si infila nelle narici come un vento caldo
e viene da città bianche, da archi smeraldo e immensi, da profumi speziati e dolci al miele.
allāhu akbar!
sembra come quando il paese era vuoto
il giardino silenzioso si immergeva nel sole alto, cocente, delle prime ore del pomeriggio.
un solo grido, ripetuto di casa in casa, di stanza in stanza.
di famiglia in famiglia.
ašhadu an lā ilāh illā allāh!
e gli odori, sì, erano ben diversi,
ma lo stare fuori quando tutti erano in quel mistico ritrovo, credo fosse lo stesso.
ašhadu anna muhammadan rasul allāh!
osservavo le finestre pallide e luminose
accecare il mio sguardo malizioso e cuocere i miei capelli scuriti
ci avrei scommesso che quel grido l'avrei potuto sentire.
lontano.
proveniente dalle terre a sud.
hayya alā al-salāt!
hayya alā l-falāh!
il richiamo che echeggia dappertutto, che arriva alle donne velate dagli occhi dipinti, agli uomini prostrati a levarsi le scarpe, un ripetersi dello stesso canto ancora e ancora
fino a che tutti non lo avevano tra le labbra e nella gola.
allāhu akbar! allāhu akbar!
lā ilāh illā allāh!
il richiamo che echeggia.
lo sento di nuovo, così forte da cullare il mio sonno come se fossi ubriaca in discoteca.
è lui quel richiamo. parte di quel richiamo. parte da quel richiamo.
la memoria si abbandona ad ogni violenza
e sotto sedativo
apre le gambe
e si lascia stuprare con un sorriso.
« allāhu akbar! allāhu akbar!
ašhadu an lā ilāh illā allāh!
ašhadu anna muhammadan rasul allāh!
hayya alā al-salāt!
hayya alā l-falāh!
allāhu akbar! allāhu akbar!
lā ilāh illā allāh! »
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 15/05/2007 02:59 |
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| giovedì, maggio 03, 2007 |
take me disappearin' through the smoke rings of my mind
down the foggy ruins of time, far past the frozen leaves
the haunted, frightened trees, out to the windy beach
far from the twisted reach of crazy sorrow
to dance beneath the diamond sky with one hand waving free
silhouetted by the sea, circled by the circus sands
with all memory and fate driven deep beneath the waves
21
E' forse divertente coincidenza che proprio a questa piccola soglia mi sia fermata, prima di varcare, a chiedere consiglio.
E i minuscoli oracoli del presente odierno mi hanno risposto con parole sagge, incredibilmente sagge.
La verità è dentro di tutti, questo mi diceva la pioggia.
E nella ricorrenza non trovo motivo di tirare somme.
Ho indagato il mio ennesimo tentativo di ascesi nella quotidianità, trovandolo tutto sommato degno di nota, di scusa, di interesse, di merito.
E forse ho realizzato la cosa migliore: la pace di questo cambiamento formale.
Ho gli occhi aperti sulla stessa finestra di mondo grande, aperti ed enormi. Sento lo stesso cielo scendere su tutti noi, in un abbraccio di empatia costante.
Le antenne si elevano oltre ogni condensa, percependo i suoni di battiti lontani. I sogni si risvegliano sfregandosi gli occhi come sirene circondate dalla luce, e troneggio da questa torre bianca sulla vita, ancora così circoscritta nella bolla opaca dell'esperienza.
E anche alba e tramonto perdono piano piano ogni senso, ogni ombra negativa mentre si alternano sul mio petto.
Invincibile è chi invincibile si sente.
Sorrido al riflesso, gli stringo la mano. Una pacca sulla sua spalla di vetro, di quelle che fanno ridere noi, di quelle che non vorremmo mai ricevere.
E gli auguro un buon compleanno.
» I slowly yield the light
dancing through the night above their beds
throw the shutters out agaist the wall «
and from an ivory tower hears her call
« let light surround you »
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 03/05/2007 04:30 |
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| domenica, aprile 29, 2007 |
it's a lot
it's a lot
it's a lot
like life
we call it: master and servant
ogni cosa tende al suo naturale utilizzo.
se hanno creato le cose c'è una ragione, e va rispettata.
o almeno di solito è così.
di solito ci fanno credere che le cose stanno così.
a fanculo gli artisti no global che fanno le statue di lattine
e quelli che suonano i tamburi di pentole e riproducono il partenone con le forchette di plastica
ogni cosa, la vedi, ha uno scopo.
e tanto basta, finiamola con la creatività.
ora guardami, e fai quello che ti viene in mente.
fai di me quello che sono destinata ad essere.
e il pensiero comune si scontra con il senso comune
e l'istinto comune si scontra con la realtà comune.
la risposta è sbagliata.
la verità è che mi state tutti sul cazzo, che facciate giusto o no.
la verità è che mi contraddico nel momento in cui i miei più segreti impulsi sono specchio di rivelazioni psicoanalizzabili come grosse stronzate a proposito di me.
lasciatemi tendere alla verità.
la verità è bellezza,
e io sono una gran figa.
with you on top and me underneath
forget all about equality
let's play master and servant!
it's a lot
like life.
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I pensieri sono qui grazie alle fredde dita su tastiera di -LittleLune- | dal 29/04/2007 05:01 |
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